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La lettera
di chi ha visitato il centro di cardiochirurgia in Sudan
Ciao a tutti da Soba!
E "Salam aleikhum"!
E' appena terminata la cerimonia
d'inaugurazione del nostro Centro di Cardiochirurgia, abbiamo trovato questo
PC libero e abbiamo pensato di comunicarvi subito alcune suggestioni di
questo splendido viaggio in Sudan, in attesa di raccontarvi tutto al ritorno
in Italia.
Abbiamo visto Sunia, la prima paziente, giovanissima,
operata poco piu` di una settimana fa. Bellissima nel suo abitino bianco e
con i capelli raccolti in finissime treccine. E abbiamo visto il
filmato (bellissimo
anche lui) del suo intervento.
Abbiamo visto, ieri, tante altre Sunia,
e tanti Mohamed, e tanti loro padri e madri e sorelle e fratelli, nel campo
profughi di Mayo. Bellissimi anche loro, e molto spesso sorridenti, con i
piedi - sovente scalzi - nella sabbia dei viottoli, sotto le tende o dietro
i muri di paglia e fango, che hanno per casa.
Abbiamo visto il Centro
"Salam" di Soba. Lui pure bellissimo, anzi inimmaginabile. Ci avessero
portato qui ad occhi bendati senza dirci dove si andava, a benda tolta
avremmo giurato di essere a Pittsburg, o a Boston, non certo in Africa. E
nemmeno al Policlinico di Bari.
Abbiamo visto un vivere ingiusto, che
ignoriamo e per il quale non muoviamo un dito. Abbiamo visto dita di medici
muoversi abilmente tra i muscoli di un cuore prima in difficolta`, poi
fermo, poi rinato.
Abbiamo visto i primi passi di un vivere giusto,
che tutti possiamo costruire.
Vorremmo essere capaci di trasferirvi
appieno le emozioni di quest`ultimo giorno e mezzo. Dirvi che dobbiamo
moltiplicare gli sforzi. Che i sogni si possono realizzare. E che se
potevamo trovare il posto migliore per farlo, l'abbiamo trovato: si
chiama Emergency.
Un abbraccio fortissimo a tutti.
A presto.
Franck (gruppo di Nardò) e Antonio (gruppo di Molfetta)
Un chirurgo Barese nel cuore dell'Africa
(dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 28 Aprile 2008 -
dott. Arciprete)
Un’attività di Cardiochirurgia Pediatrica in
Africa Tropicale può suscitare perplessità.
Malaria, malnutrizione, AIDS, mine, mietono
milioni di vittime e una logica tradizionale vorrebbe che tutte le
energie fossero concentrate nella lotta a tali piaghe. Emergency, che
lavora da molti anni in Afganistan, Irak, Cambogia, Sierra Leone ed in
altri paesi, ha ritenuto che, oltre a queste patologie, abbiano
diritto all’assistenza gratuita anche i bambini e gli adulti affetti da
cardiopatie (peraltro molto diffuse in Africa).
L’esperienza inizia con una selezione rigorosa dello staff del quale
fanno parte americani, inglesi, francesi, serbi, italiani etc. Gino e
Teresa Strada vogliono persone dotate tecnicamente, ma anche flessibili,
umane, rispettose della cultura locale. Le ‘prime donne’ sono bandite.
Il lavoro è di equipe, l’individualismo è scoraggiato.
L’arrivo nell’ospedale Salam di Khartoum (Sudan) è di impatto. Povertà
grande ma anche fierezza, dignità, voglia di crescere.
L’ospedale, creato da Emergency, è sulle sponde del Nilo Blu; si
presenta come un’astronave degli anni 3000 atterrata nel deserto. I
sistemi di protezione dalle tempeste di sabbia, dalle alluvioni e dalle
infezioni sono avveniristici; l’energia è tutta pulita ed è fornita da
pannelli solari. Il supporto logistico è fondamentale; lo staff
internazionale si raccorda magnificamente, in lingua inglese e francese,
con lo staff sudanese.
I piccoli pazienti sono meravigliosi. Vengono raccolti, oltre che dal
Sudan, dai paesi confinanti: Ciad, Repubblica del Congo, Uganda,
Repubblica Centrale Africana etc. Hanno tanta fiducia e quando, su un
piccolo aereo Antonov, li trasportiamo in volo a Khartoum, non senza
qualche rischio legato alle tante guerre locali, mostrano meraviglia,
paura e speranza. Le mamme li accompagnano nei loro vestiti di festa.
Durante l’intervento il chirurgo è teso, Emergency vuole la perfezione.
Le sale operatorie sono tre e, durante l’interevento, il silenzio
rispecchia la concentrazione degli operatori. Potremmo essere a Boston.
La terapia intensiva è perfetta ed è effettivamente mortalità 0° !
I meetings organizzativi e scientifici sono quotidiani. Oltre l’occhio
vigile di Gino, si percepisce l’attenzione del Governo sudanese, della
Lega degli Stati Africani, dell’OMS e della Farnesina. Senti di
stare svolgendo un’operazione di pace oltre che medica. La pressione è
forte ed è necessario tenersi in forma psicofisica, con una temperatura
esterna di 50°.
I voli sopra la rigogliosa natura dell’Africa equatoriale, gli
incredibili ospedali centro africani, Ebola, i campi profughi, la
povertà assoluta, il senso di colpa di essere occidentale, la
religiosità animista o musulmana delle persone, gli occhi limpidi dei
bambini, ti lasciano una traccia indelebile e profonda, assieme al cuore
che ricostruisco.
E’ una sfida epocale che merita, forse, anni di riflessione.
Grazie alle migliaia di volontari italiani di Emergency che hanno
reso possibile questa impresa, ed in particolare, ai volontari della
Puglia che hanno adottato e sostengono l’ospedale ‘Salam’ (che in
italiano significa ‘pace’).
La mia vita in Afghanistan
(da BariSera del 5 Ottobre 2008 - La giornalista Patrizia
Mongelli intervista Marco Bellapianta)
"E' stato un periodo difficile, trascorso tra stanchezza,
rabbia, paura e soprattutto tristezza". Marco Bellapianta, medico chirurgo
presso l'Ospedale Don Tonino Bello e volontario di Emergency, è da poco tornato
da Lashkargh in Afghsnistan dove ha visto morire bambini e donne innocenti,
investiti da automobili sgangherate o dilaniate da alcune delle 640 mila mine
disseminate su tutta questa terra di guerra.
Tristezza. E' il sentimento che ha prevalso in questi giorni
passati in sala operatoria a salvare o tentare di salvare vite umane. "Il
momento più triste è stato quando non ce l'ho fatta a salvare un bambino
di 10 anni giunto in gravi condizioni dopo essere stato investito da una
vettura". Qui gli spazi sono dilatati all'inverosimile, non ci sono ferrovie, e
l'ospedale in cui operava il
medico molfettese è l'unico in tutto il Sud. I soccorsi possono durare
un'eternità. Questa è l'altra guerra: ogni giorno, solo nella provincia di
Kabul, 5 bambini afgani vengono uccisi dalle auto. "Tutti guidano come pazzi,
sono in pochi ad avere la patente e le strade sono piene di buche". (...)
"Ho visto le vittime vere e reali, le ho
ancora negli occhi, le loro facce di essere umani sofferenti. Le condizioni
igieniche sono preoccupanti, le condizioni sanitarie precarie. Ho visto bambini
giocare con gli aquiloni, ma ho visto anche bambini giocare nei rivoli delle
fogne. La popolazione è fatta di gente buona e accogliente, ma basta una
frazione di integralisti a offuscare l'immagine di un intero popolo". Che
influenza ha avuto questa esperienza sulla sua vita privata e professionale?
"Capisci che i 'problemi' di ogni giorno che si affrontano qui, i piccoli
conflitti quotidiani che si vivono sul lavoro o anche in famiglia, sono niente
in confronto al dolore di un paese in cui la colonna sonora, dal mattino alla
sera, è composta dal rumore degli elicotteri e dal rimbombo lontano delle
bombe". Il tempo qui è fermo come in una cartolina sbiadita. "Ho chiesto a Jalil,
il mio accompagnatore, cosa fosse cambiato qui negli ultimi sette anni: mi ha
risposto che la strada che collega Kabul a Kandhar è stata asfaltato e niente
più". E' sempre l'oppio il sangue che tiene vivo questo Paese. "A un certo punto
in ospedale c'è stata una emoragia improvvisa di personale. Non avevo capito il
perché. Poi mi hanno detto che da queste parti la raccolta dell'oppio è come da
noi la vendemmia, ci si ritrova nei campi di papaveri di amici o parenti, tutti
insieme, a lavorare e a chiacchierare per portare a casa qualche soldo facile.
Un chilo di oppio sul mercato è venduto a 100 dollari, un flusso che produce la
metà del Pil pro capite afgano". La sua testimonianza diretta gli fa dire che
"non è vero che le donne si sono liberate del burqa, ancora oggi le vedi
passeggiare coperte dal velo tradizionale e ancora oggi il loro ruolo nella
società è fortemente subalterno. Ogni giorno ci raccontano la 'favola' dei
nemici colpiti, dei talebani sconfitti, ma i nostri giornali e le televisioni
ignorano che in questo Paese ogni giorno vengono massacrati donne e bambini".
Programmi per il futuro? "E' possibile che presto debba partire per il Sudan o
per la Cambogia. Ma non l'ho ancora detto a mia moglie e ai miei figli".
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Lo Statuto di Emergency
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Dall'atto costitutivo del 1994, riportiamo la versione più
recente (2005) dello Statuto della Associazione, scaricabile anche dal sito
nazionale. |
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La Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani
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È il documento cardine dell' ONU, risalente al Dicembre
del 1948, disponibile in 335 lingue e scaricabile anche dal sito della
commissione ONU
per i diritti umani. |
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La Costituzione Italiana (Articoli 11 e 32)
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Promulgata dall'Assemblea Costituente nel Dicembre del
1947, è in vigore dal Gennaio 1948. Riportiamo i due articoli a cui Emergency è
più vicina. |
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Risultati concreti
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Collegamento alla pagina del sito ufficiale con
l'elenco dei programmi portati a termine dall'associazione in vari posti
nel mondo in 15 anni di attività. |
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Bilancio
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I bilanci annuali di Emergency sono regolarmente
pubblicati sul Report, allegato alla rivista trimestrale, o sul sito ufficiale
in formato pdf. |
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